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Miye, Thetan Chanchega.
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Disclaimer
L'ansia da carrello o se vogliamo da dispensa. Entrambi devono essere sempre rigorosamente pieni, altrimenti non è spesa.
Così come i banconi dai quali mani frenetiche attingono a più riprese per rimpinzare i frigoriferi delle proprie abitazioni
dei generi alimentare più svariati tra cui frutta e verdura di stagione o anche fuori stagione. L'importante è che ci siano.
Come sono stati prodotti o da dove provengono ad un determinato punto, poco importa.
Se un tempo, essere contadino era un modo di vivere oggi è diventato un mestiere ed una professione a tutti gli effetti.
Se un tempo, la scelta nelle produzioni era dettata dalle stagioni, oggi è dettata dal sistema capitalistico e dal profitto
che hanno trasformato milioni di individui in consumatori dipendenti a pieno titolo dall’industria agroalimentare e dai suoi prodotti,
stagionali e non.
A sua volta l'agricoltura è stata trasformata, appunto, in industria agroalimentare e quest'ultima per chiudere il cerchio è diventata a
schiava dei consumatori sempre più esigenti.
Del resto, è questo il meccanismo più collaudato del sistema capitalistico. Un circolo vizioso tra aziende, prodotti e consumatori intermedi e finali.
I contadini, che prima producevano in primo luogo per nutrire le proprie famiglie e le città e i villaggi dei dintorni, sono scomparsi.
Al loro posto, le industrie agroalimentari si occupano di produrre e soddisfare i bisogni di vaste aree del pianeta; in una parola della globalità.
Scomparsa anche quella forma di autonomia che il mondo dell'agricoltura aveva conservato rispetto all’economia di mercato.
Senza eccedere in idealismi va ricordato di quanto comunque la vita nelle campagne fosse dura; il lavoro fisico,oggi in buona parte sostituito da quello
delle macchine, sovente faticoso. I periodi di penuria e di vacche magre non erano rari, anzi.
Eppure la miseria era meno violenta e meno ripugnante di quella che oggi si palesa nelle immense bidonville, nelle favelas o nelle baraccopoli che circondano
le enormi megalopoli del Sud del mondo.
Inutile nascondere che, per restare in tema, sia anche questo il "frutto" marcio della pianta capitalistica e consumistica.
L’agricoltura industriale, che si è sostituita all’agricoltura contadina e familiare, se da un lato presenta un volto tanto salutare e paffuto per l'economia,
dall'altro mostra una faccia sempre meno salutista e simpatica per i consumatori. Nella sua scia scompare la biodiversità; le varietà vegetali coltivate,
conservate e migliorate da generazioni di contadine e contadini, svaniscono.
È grazie alla biodiversità di un Paese, più spesso di una piccola regione, che risulta possibile avere delle produzioni o delle caratteristiche specifiche.
Per esempio, la diversità genetica dell'uva determina le differenze fra i vari vitigni che rendono possibile avere diversi tipi di vino.
Le razze animali rustiche, adattate a determinati territori e condizioni geografiche, lasciano il posto a macchine da latte nate e cresciute al chiuso di
una stalla, nel loro piccolo spazio a suon di mangime.
Le immense distese a monocoltura favoriscono lo sviluppo di insetti parassiti e di malattie che possono essere debellate solo da molecole chimiche inquinanti
e persistenti. Questo non fa altro che favorire la produzione e gli introiti delle industrie dei veleni quali anticrittogamici, antiparassitari, diserbanti per
l'allegria, ancora una volta del sistema capitalistico.
La specializzazione di alcune regioni concentrate sugli allevamenti intensivi senza terra, di altre sulla produzione intensiva di derrate
vegetali, provoca l’impoverimento dei suoli che già colpisce milioni di ettari. Le falde freatiche, inquinate dai pesticidi,
si esauriscono. L’agricoltura moderna è irrimediabilmente produttivista. Considera inutile tutto quello che non serve ad aumentare le rese. L’acqua dei fiumi è
lì solo per irrigare milioni di ettari di colture industriali. Il petrolio è indispensabile per far andare macchinari sempre più giganteschi, per produrre l’azoto
necessario alla folgorante crescita e al grande appetito delle piante ibride, per trasportare prodotti
agricoli da un capo all’altro del pianeta.
Le distruzioni sociali e ambientali provocate dall’agricoltura industriale non possono essere nascoste sotto il tappeto.
Sono diventate uno dei pericoli che minacciano le nostre società, ma in tutto ciò, quel che è peggio, sta nel fatto che la tecnologia e il liberismo economico
non sono riusciti a debellare il flagello della fame nelle zone del terzo mondo e della malnutrizione.
Anzi, spesso e volentieri, davanti ad un surplus di produzione quello che accade è che le derrate in eccedenza vengono distrutte.
La Comunità europea all’atto della fondazione, si era trovata di fronte ancora il problema delle carenze delle derrate agricole, ma quando in soli dieci anni,
la situazione era profondamente cambiata, a fine di varare una politica che ne scongiurasse per sempre il ripetersi di quelle carenze, si sospinse
l’agricoltura europea ad una produttività che, grazie all’applicazione della tecnologia moderna, avrebbe inevitabilmente prodotto, ad ogni annata favorevole,
produzioni sovrabbondanti che come detto viene distrutto.
Il perchè sta nel fatto che donare il surplus agricolo ai paesi poveri per combattere la fame nel mondo, è per questi signori dell' economia impensabile,
poichè ciò causarebbe un ribasso del prezzo internazionale dei prodotti agricoli.
Ed ecco che ancora una volta il cerchio si chiude.
Malgrado questa trasformazione dell'agricoltura in industria agricola il numero di malnutriti cresce di anno in anno e questo non dimostra altro che il
"sistema" ed il modello di sviluppo economico imposto su scala mondiale è è stato fallimentare.
Nel 1992 da un incontro organizzato in America centrale, nascw Vía Campesina, che ha assunto un ruolo importante fra le organizzazioni
della società civile internazionale. In meno di quindici anni, Vía Campesina è riuscita a diventare un’Internazionale Contadina, indipendente dalle ideologie
politiche occidentali e da appartenenze religiose. Riunisce in federazione le organizzazioni contadine di paesi del Nord e del Sud del mondo, che non si considerano
antagoniste ma anzi alleate e attiviste per la stessa causa. I contadini, del Belgio come del Mali, della Bolivia come dell’Indonesia, sono uniti nella critica del
produttivismo agricolo e nella difesa della produzione agricola familiare e contadina. Vía Campesina ha dato, per la prima volta nella storia, una voce globale ai
movimenti contadini e rurali del pianeta.
La comparsa di Vía Campesina è un fenomeno di fondamentale importanza, le cui
conseguenze sono ancora difficili da valutare. I contadini e le contadine del pianeta sono tuttora oltre il 60% della popolazione mondiale. Le lotte che hanno
deciso di condurre sono prima di tutto di natura politica e sociale. Rivendicano un utilizzo giusto dei beni comuni: la terra, l’acqua, i semi. Esigono che le
politiche commerciali internazionali smettano di arricchire una minoranza di azionisti e siano ripensate per permettere un miglioramento reale delle condizioni
di vita nelle campagne e nelle zone rurali. Propongono un progetto globale, la sovranità alimentare, che permetterà agli Stati di proteggere il settore agricolo
nazionale, evitando però le misure che possano danneggiare le popolazioni rurali di altri paesi.
Vía Campesina rifiuta la privatizzazione del vivente e l’appropriazione delle specie animali e vegetali da parte di multinazionali o di Stati; chiede il riconoscimento
dei saperi indigeni e contadini.
Il radicalismo di Vía Campesina va oltre. La non violenza attiva è un valore centrale nella sua azione. Le tante organizzazioni che ne fanno parte non esitano a manifestare,
occupare terre, sradicare piante transgeniche, bloccare importazioni,ma non cedono alla tentazione di ricorrere alle armi e alle azioni di guerriglia per raggiungere
gli obiettivi che si sono prefissati. Questa scelta non è scontata, nei paesi - e sono numerosi - dove le diseguaglianze sociali sono enormi e i governi sono tutto
fuorché democratici.
Scelta della non violenza attiva, quanto meno, a nostro avviso, opinabile nonostante il nobile impegno che viene portato avanti con tenacia, soprattutto quando ogni anno i compagni di lotta, donne e uomini, sono arrestati e imprigionati perchè difendono qualcosa in cui credono per le vie delle loro città o quando peggio ancora, alcuni di loro sono uccisi dall’esercito, dalla polizia, da pistoleros e
da sicari senza scrupoli.
Nonostante tutto, ogni anno altre donne e altri uomini escono dall’anonimato, per prendere il loro posto e continuare la lotta per la dignità. Questo
impegno quotidiano e determinato, al di la di qualsiasi scelta con cui si intende portare avanti la propria lotta, obbliga al rispetto e offre un po’ di speranza.

La presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche è "una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni".
"La presenza del crocifisso, che è impossibile non notare nelle aule scolastische, potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso, che avvertirebbero così di essere educati in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione. Tutto questo, potrebbe essere incoraggiante per gli studenti religiosi, ma fastidioso per i ragazzi che praticano altre religioni, in particolare se appartengono a minoranze religiose, o che sono atei"
E' quanto ha stabilito oggi la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo nella sentenza su un'istanza presentata da una cittadina italiana, di origine finlandese che, nel 2002, aveva chiesto all'istituto statale padovano " Vittorino da Feltre " di Abano Terme, frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocefissi dalle aule.
A nulla, in precedenza, erano valsi i ricorsi della donna davanti ai tribunali in Italia.
Ora i giudici di Strasburgo le hanno dato ragione, intimando anche al governo italiano un pagamento di 5mila euro a favore della donna per danni morali.
Immediata è la levata di scudi delle forze politiche di matrice cattolica, che parlano di attacco alle tradizioni italiane e di paganesimo trionfante.
Ed intanto, il Governo italiano, tanto fedele ai valori cristiani, della famiglia ( infatti alcuni suoi rappresentanti ci credono così tanto da averne anche più di una ! ), al valore della fratellanza ( salvo poi dimenticarsi di quanto predicato per dedicarsi ai respingimenti in mare degli aventi diritto d'asilo in nome del rigore e delle sicurezza ), cosa fa ?
Per ora annuncia il ricorso contro la decisione di Strasburgo... prevedibile, no ?
Appare paradossalmente più moderato il Vaticano, che prima di commentare attende di leggere la sentenza. In ogni caso, se la Corte accoglierà il ricorso del Governo italiano, la questione verrà ridiscussa nella Grande Camera. Qualora il ricorso del Governo non dovesse essere accolto, la sentenza emessa oggi diverrà definitiva tra tre mesi, ed il Governo dei cristiani dovrà attenersi a tale sentenza adottando azioni adeguate per non incorrere in ulteriori violazioni.
.Accogliamo con favore la sentenza della Corte di Strasburgo che dice no al crocifisso nelle scuole italiane. Da sempre chiediamo una scuola plurale, democratica, laica e interculturale, che non ostacoli la libertà di scelta religiosa e la sensibilità degli studenti.
Sono questi i principi che devono caratterizzare le nostre scuole e riteniamo che anche il Governo e le forze politiche debbano agire in questa direzione perchè si parta proprio dai luoghi della cultura e dell'educazione per raggiungere un costruttivo dialogo tra le varie culture e le varie fedi, in primo luogo tra i cittadini europei.

Ci si ritrova sempre a parlare di diritti umani, della loro non totale ( e spesse volte nemmeno parziale ) tutela o presa in considerazione.
A poca distanza dalla morte "sospetta" del giovane Stefano Cucchi, ne giunge un'altra ed arriva da un'altro carcere; quello femminile di Rebibbia a Roma.
A togliersi la vita è un nome che nella storia resterà inevitabilmente scritto in maniera indelebile poichè tracciato col sangue del giuslavorista Marco Biagi,
ucciso a Bologna, il 19 marzo 2002.
La rivendicazione dell'omicidio porta la firma delle Nuove Brigate Rosse, i cui obiettivi ( come da volantino rinvenuto in seguito ad una perquisizione
lo scorso Giugno ) sono: "individuare e colpire il personale politico economico e militare dell'imperialismo e delle sue strutture; individuare e colpire il
personale politico economico e militare del progetto di ristrutturazione dello Stato e le sue articolazioni; Guerra alla guerra imperialista", prefigurando così
uno spostamento dell'attenzione dal mondo del lavoro a quello politico-internazionale.
Alla nuova organizzazione apparteneva Diana Blefari Melazzi, la donna suicidatasi in carcere ed accusata di essere stata colei che seguì e pedinò Marco Biagi
in occasione del suo omicidio.
Pare soffrisse di un fragile equilibrio mentale il cui filo, probabilmente si è reciso alla notifica della sentenza con cui la Cassazione, soltanto quattro giorni
prima, l’aveva condannata definitivamente all’ergastolo per l’omicidio di Marco Biagi.
Si è impiccata con le lenzuola e secondo le agenti in servizio, al loro arrivo non ci sarebbe più stato nulla da fare.
Era noto alle autorità che soffrisse da tempo di disturbi psichici, caratterizzati da mutismo, isolamento, sciopero della fame e qualche aggressione violentissima
verso gli agenti di polizia penitenziaria, ma nonostante questo nessuno si è attivato per spostare la detenuta dal carcere e dall'isolamente in istituti adeguati
come gli istituti penitenziari psichiatrici, dove seppur le condizioni non sono migliori del regime di stretta sorveglianza, avrebbe potuto almeno essere curata.
Il diritto alla sanità, non vale forse per chiunque indipendentemente dalla propria condizione di persona libera detenuta ?
Evidentemente, stando così le cose, no...
Forse quello Stato che la donna a suo modo, certamente discutibile, ha combattuto ha pensato bene di farsi giustizia piuttosto che fare giustizia.
Per dirla con una parola: Vendetta.
E' stato come usare i problemi psicologici della detenuta come arma da ritorcergli contro, proprio attraverso il loro ignorarli.
Il risultato è quello che conosciamo.
Il retroscena anche: violazione dell'elementare diritto umano all'assistenza sanitaria.
I medici del carcere romano erano ben consapevoli dei problemi della donna, visto che nei mesi scorsi avevano chiesto un trattamento sanitario obbligatorio
«in altra struttura più idonea» poichè era concreto, scrissero sul referto, il pericolo di vita per la detenuta.
Dopo vari trasferimenti l'approdo a Rebibbia, in una cella sempre «aperta» e vicinissima al gabbiotto delle guardie.
Qui la riflessione diviene d'obbligo:
Con le guardie davanti alla cella e il blindato sempre aperto, a quanto si dice, come ha fatto ad impiccarsi ?
Inoltre va detto che il blindato sempre aperto e la guardia davanti alla cella sono misure di sorveglianzache si prendono quando è già noto che la persona detenuta
ha intenzioni autolesive.
Un suicidio prevedibile ( è il sessantesimo dall'inzio dell'anno nelle carceri ) avvenuto perchè il capo d'imputazione e la connotazione della donna
nello scenario della vicenda che la vedeva coinvolta, era quello di neo-brigatista e non quello più giusto di una persona bisognosa di cure e non in grado
di stare in processo.
Eppure, proprio per le sue condizioni di salute, alla Blefari un anno e mezzo fa era stato revocato il carcere duro (il 41 bis)ed erano state messe in atto le misure
specifiche come, appunto, il blindato della sua cella costantemente aperto e una sorveglianza continua con conseguente violazione di ogni forma di intimità o privacy
personale.
Uno stato di cose certamente evitabili con una adeguata sistemazione che non è quella che nonostante la situazione e il suo epilogo viene definita "corretta" e
viene individuata nell'ultima collocazione della Blefari nel carcere di Rebibbia.
Come ha reagito una parte dell' Italia che ancora si autodefinisce "per bene" alla notizia è poi tutt'altra cosa.
Per capirlo, sarebbe bastato recarsi sul sito del Giornale di famiglia dove i messaggi sono pre-moderati, il che vuol dire che il commento non compare
se la redazione non lo pubblica.
La cernita non va molto per il sottile, tant'è che i commentatori sono quelli che senza troppi peli sulla lingua si lanciano in considerazioni
personali che di slancio superano il trash e diventano qualcosa che non si vorrebbe mai leggere.
Jasper al messaggio 66, il suo quarto commento consecutivo in calando verso l'orrore, nella sequenza che dev'essere proprio piaciuta alla redazione,
tanto da decidere di non moderarlo e pubblicarlo, commenta così la notizia della morte della Blefari:
"Una vacca rossa in meno. Le altre e gli altri compagni dovrebbero seguire questo esempio. Dopo saremmo persino pronti a perdonarli."
Ben oltre la soddisfazione per la morte del nemico, Il Giornale veicola odio e disprezzo in dosi massicce che si evince via via che si passano in rassegna
i commenti di gente che dietro la copertura di un nick name, si sobilla a vicenda in estremismi e fanatismi senza il benchè minimo riguardo per
una vicenda conclusasi in modo tragico e che nonostante ciò trova attraverso un certo tipo di comunicazione mediatica il modo di esercitare una volta di più la propria vendetta.

Non bastano le mura di cinta o le sbarre alle finestre per evitare che quel che avviene nelle carceri italiane, o per lo meno
una parte di esso, oltrepassi il fossato che le isola dal resto del mondo fino a raggiungere la pubblica opinione, sempre in modo più o meno attendibile.
La popolazione carceraria è decisamente più numerosa di quella che gli stessi istituti di detenzione potrebbero contenere, ma non è solo il sovraffolamento
problema.
Ci sono le pene più alte, c'è l' aumento della sofferenza psichica legata sia alle umiliazioni da pretesa collaborazione, spesso estorta anche con violenze fisiche.
L'indubbia disegualianza di un sistema giudicante che equipara, per esempio, chi ruba centinaia di migliaia di euro con operazioni finanziarie illecite e rimane
impunito perchè scudato dallo Stato, a chi ruba in un supermercato un panino perchè ha fame, perchè la società civile e moderna di cui le stesse istituzioni
sono la rappresentazione, lo hanno costretto a rimanere senza lavoro, o senza un casa o peggio ancora senza nulla, relegandolo ai margini di quella stessa
società che attraverso le medesime istutuzioni lo relega in una cella di quattro metri per quattro, privandolo, dopo averlo privato di tutto, anche della libertà.
Per finire alla discrezionalità della pena differente a seconda che un soggetto faccia parte della popolazione autoctona o sia immigrato.
In questo quadro generale si inseriscono episodi di suicidi in carcere, di episodi dubbi circa il trattamento dei detenuti e le condizioni in cui passano
i loro giorni di detenzione.
In questi giorni, la pubblica opionione si sta interrogando su come siano stati i giorni di detenzione di un ragazzo, Stefano Cucchi, di 31 ann, la cui
ennemisa morte "accidentale" nel periodo di detenzione desta non molti sospetti anche perchè legata al periodo anticedente il suo arrivo in carcere.
Ma andiamo con ordine:
Giovedì 15 ottobre 2009, verso le ore 23.30 il giovane viene fermato dai carabinieri nel parco degli acquedotti, a Roma.
è E' stato sorpreso con poca “roba” addosso, come riferiscono i carabinieri stessi ai familiari nel corso della perquisizione a casa dove, tra le altre cose pare
non abbiano trovato nulla. Ciò che fa scattare le manette ai polsi del ragazzo sono 20 gr. principalmente marijuana, poca cocaina e due pasticche, che secondo alcune
notizie filtrate da ambienti delle forze dell’ordine e degli inquirenti, sarebbero “di ecstasy” e che secondo il padre sono “di Rivotril”, un farmaco salvavita contro
l’epilessia, al pari di altri farmaci che chiunque per un motivo o per un altro potrebbero portare con se dietro, quando si esce, anche percè questi farmaci sono
soggetti a regolare prescrizione dal medico curante, senza la quale le farmacie difficilmente rilasciano il farmaco.
I carabinieri comunicano ai genitori, che l’indomani alle 9:00 si sarebbe celebrato il processo per direttissima nelle aule del tribunale di Piazzale Clodio.
Alle ore 12 circa del mattino Stefano arriva in aula scortato da quattro carabinieri ma è da subito chiaro che qualcosa non va.
Il suo volto è molto gonfio e presenta lividi assai vistosi intorno agli occhi. Durante l’interrogatorio del giudice, si dichiara colpevole di “detenzione di
sostanze stupefacenti, ma in quanto consumatore”. Viene condotto via, ammanettato, dai carabinieri, dopo la sentenza di rinvio a giudizio con custodia cautelare carceraria.
Visitato presso l’ambulatorio del palazzo di Giustizia, gli vengono riscontrate “lesioni ecchimodiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente” con annesse e connesse
“lesioni alla regione sacrale e agli arti inferiori”.
I carabinieri lo conducono quindi a Regina Coeli e lo affidano alla custodia della Polizia Penitenziaria.
All’ingresso in carcere viene sottoposto a nuova visita medica che ribadisce la precedente diagnosi. Viene quindi trasportato all’ospedale Fatebenefratelli per effettuare
ulteriori controlli ed in particolare radiografie alla schiena e al cranio, non effettuabili in quel momento all’interno dell’istituto penitenziario.
In ospedale viene diagnosticata “la frattura corpo vertebrale L3 dell'emisoma sinistra e la frattura della vertebra coccigea”.
In sostanza, tre visite, tutte e tre con esiti non discostanti gli uni dalle altre.
Ritornato in carcere viene trasferito sabato mattina all’ospedale Sandro Pertini nel padiglione detenuti da dove sarebbe uscito solo da morto.
La famiglia viene avvisata del ricovero di Stefano solo in serata nonostante questo fosse avvenuto in mattinata e quando i genitori si presentano al pronto soccorso
vengono indirizzati al “padiglione detenuti”. Al piantone viene chiesto se è possibile visitare il paziente, ma la risposta che viene data ai familiari è:
“questo è un carcere e non sono possibili le visite”.
Da quella volta, nonostante le reiterate richieste sulle condizioni del figlio anche nei giorni seguenti e antecedenti al decesso avvenuto Giovedì 22 Ottobre
alle 6:00 del mattino circa, ai genitori non vengono date nessun tipo di notizie, nè tanto meno si da la possibiltà di parlare con qualche medico.
Anzi, una possibilità ci sarebbe stata, ma nessuno li aveva informati prima del martedì che “sia per i colloqui con i detenuti sia per quelli con i medici occorre chiedere il
permesso del Giudice del Tribunale a Piazzale Clodio”.
Lo fa un piantone, quella mattina, ma tra un visto ed orari di ufficio i familiari non fanno in tempo a far apporre il visto sul permesso.
Rivedranno loro figlio solo da morto e quando si recano al Pertini il sovrintendente e il medico di turno dichiarano di “non aver avuto modo di vederlo in viso in
quanto si teneva costantemente il lenzuolo sulla faccia”.
Come fanno dei medici a non vedere un paziente che hanno in carico da giorni ? ma soprattutto come fanno a non insospettirsi, sempre che questo fosse vero,
di un paziente che tiene sempre il lenzuolo sul viso ? come fanno a non averci parlato ?
All’obitorio dell’istituto di medicina legale ai familiri si presenta un’immagine sconvolgente: il volto del figlio devastato, quasi completamente tumefatto,
l’occhio destro rientrato a fondo nell’orbita, l’arcata sopraccigliare sinistra gonfia in modo abnorme, la mascella destra con un solco verticale, a segnalare una
frattura, la dentatura rovinata.
Ci asterremo in questo spazio dal pubblicare le foto del corpo esanime del ragazzo, che per volontà dei genitori sono state comunque rese pubbliche con un atto
di grande coraggio che apprezziamo e sosteniamo affinchè sia un motivo in più perchè si possa sapere quello che è avvenuto e che i responsabili, chiunque essi
siano, paghino.
Stefano Cucchi non è un caso isolato, purtroppo. Che cosa dicono oggi i nomi di Marco Ciuffreda, di Giuseppe Ales, di Alberto Mercuriali, di Roberto Pregnolato, di Stefano Frapporti, di Aldo Bianzino? Sono persone morte in carcere in circostanze non chiare o suicidatesi per reazione all'arresto legato alla detenzione di pochi grammi di stupefacenti. Sono persone presto dimenticate o su cui neppure si è acceso l'interesse dei media e delle istituzioni.
Prendiamo le distanze dalle dichiarazioni del Ministro La Russa che si dice certo del buon operato in piena correttezza dell'arma dei carabinieri, senza che lui,
come tutti del resto, abbia in mano elementi concreti per poter escludere a priori qualcosa, lanciandosi invece in un tentativo di anticipazione dell'esito delle
indagini; pur sapendo tra le altre cose delle condizioni in cui il giovane è arrivato in tribunale la mattina dopo l'arresto da parte dei carabinieri e questo è un dato di fatto e non una semplice illazione.
Al momento l'ipotesi di reato è di omicidio preterintenzionale e nel registro degli indagati non è stato iscritto nessuno.
Abbiamo ricordato in passato come siano andate determinate cose in alcune circostanze.
Qualcuno ha ammazzato Stefano, ed è inutile girarci troppo intorno.
Sia chiaro che non intendiamo accusare nessuno, ma semplicemente prendiamo nota di eventi che nel loro corso hanno palesato più di qualche semplice anomalia e che hanno trovato
il loro epilogo nella morte di un ragazzo che lo Stato aveva preso in consegna come sano, restituendolo ai suoi familiari deformato e morto.

Ma si aspettano davvero che li crediamo sulla parola ?
Eppure le voci erano abbastanza forti ed i messaggi lanciati certamente più chiari del fango che politica, mafia e imprenditoria hanno gettato su questa terra.
E' impensabile liquidare la questione della nave dei veleni con un semplice: Non è la Cunsky.
Dicono che la nave al largo di Cetraro sia un piroscafo silurato dai tedeschi nel 1917 ( era una nave passeggeri, la Catania, affondata durante la prima guerra
mondiale ) il nome sarebbe scritto sullo scafo. Sarebbe il caso che ce lo facessero vedere, allora.
Sostanzialmente l’indicazione di Francesco Fonti, il collaboratore di giustizia che da anni afferma di aver affondato personalmente la motonave Cunsky, nelle acque
di Cetraro, sembrerebbe solo una coincidenza. Coincidenza, esatto, perchè nel punto indicato da Fonti, a cinquecento metri di profondità, c’è una nave, è vero,
ma quella non è la Cunsky, bensì la Catania. Ma allora, la Cunsky dov'è ?
Se è la Catania, che giace li dal primo conflitto mondiale, allora sarebbe il caso che la popolazione calabrese sia definitivamente rassicurata e con prove
tangibili non con una semplice dichiarazione del Ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo che sancisce la chiusura della vicenda sulla quale fino ad ora
tutto è stato fatto, tranne che luce su una vicenda che ha generato allarme e preoccupazione che continuerà ad alimentarsi fino a quando la verità non venga a
a galla... e la verità non può e non deve corrispondere ad un atto di fede o di fiducia nei confronti delle istituzioni o della politica che in passato si è dimostrata
ben lontana dal desiderare il bene dei cittadini e di questa terra.
Molto lavoro c'è da fare ancora sulle verifiche per l' inquinamento a terra dove ancora una volta la politica semplicemente "spera di non trovare radioattività come in mare".
Eppure stando alle dichiarazioni di Fonti, le navi ci sono.
Se non lì, a Cetraro, sono altrove. Le parole del pentito Fonti hanno trovato riscontri in indagini di almeno tre procure e in quelle del capitano Natale
De Grazia, morto in circostanze sospette. E anche in quelle di giornalisti come Ilaria Alpi.
Anche il ruolo del collaboratore merita a questo punto di essere totalmente rivisto.
Se non dobbiamo dare totalmente credito e fiducia alla politica, lo stesso metro di giudizio dobbiamo applicare alle dichiarazioni di Fonti.
Chi ci assicura che il collaboratore di giustizia non ci abbia provato, magari per rientrare nel protocollo di protezione che adesso, alla luce della smentita, difficilmente
otterrà ? Fonti ha indicato un luogo, per qualche settimana il suo gioco potrebbe aver retto, ma poi è stato smascherato.
Ha indicato un punto nel mare ed ha detto: “Lì c’è una nave”. E ha indovinato, perché lì, proprio in quel punto, una nave c’è, ma, stando a quello che dicono
Prestigiacomo e il procuratore nazionale antimafia Grasso, non è la Cunsky, ma una nave affondata, in guerra, oltre novanta anni fa.
In sostanza il collaboratore Fonti, ha giocato alla battaglia navale ed ha colpito ( ed a quanto sostiene lui, in passato, anche affondato... ) oppure
anche lui sapeva che in quel posto si trovava una nave affondata ed è andato a colpo sicuro ?
Chi ci assicura che siano le istituzioni a dire la verità e non Francesco Fonti, o viceversa ?
Ad una cosa non siamo propensi a credere... che si tratti di una coincidenza, come inveve intendono far crederci allo stesso modo di come vogliono darci per
certo che iil relitto non appartenga alla motonave Cunsky.
Se così è lo tirassero fuori, trovassero il modo di dare dimostrazione evidente e pratica di quello che dicono ed i calabresi, almeno per quanto riguarda il
relitto di Cetraro si sentiranno un poco più tranquilli, ma giusto un poco... perchè le navi disseminate sul fondale dei nostri mari non possono essere una totale
invenzione ed è necessario che ci si metta alla ricerca per individuarle, sempre che non si ripresentino future "coincidenze" come in questo caso !
Non si può accettare un banale "La nave non è la Cunsky. Arrivederci e tanti saluti”, soprattutto se
prendiamo in considerazione anche le vittime di questa vicenda, qualunque sia l'epilogo:
La zona di Cetraro, e più in generale la Calabria perché i pescatori hanno smesso di pescare subendo il danno che le grandi industrie e non solo, con gli interessi del capitalismo
e del profitto ad ogni costo hanno recato a chi vive del proprio lavoro e della propria fatica giornaliera nonchè agli albergatori ed al turismo, grande risorsa di questa regione
che conosce la penuria del lavoro.
Ed infine e non per ultimo la lunga serie di decessi avvenuti nella zona di Aiello Calabro per patologie tumorali.
PER TUTTO QUESTO, NOI CHIEDIAMO ANCORA CHE LA VERITA' "VENGA A GALLA"... QUALUNQUE ESSA SIA !

Lo avevano annunciato come l'autunno caldo, poi qualcuno ha provato a stemperarlo ( magari con qualche "doccia fredda" per i lavoratori ), inutilmente, tant'è che in alcune realtà lavorative
la situazione rimane incandescente e l'esasperazione dei lavoratori degenera in gesti estremi.
C'è un'azienda che opera nel campo delle telecomunicazioni che è ormai da mesi che non garantisce, o sarebbe più giusto dire, non offre
più nessuna prospettiva di futuro ai suoi dipendenti unitamente a spettanze e mensilità arretrate.
Neppure i sindacati sanno quali pesci prendere, nè soprattutto dove andarli a cercare perchè non è solo il fiume delle liquidità
ad essersi seccato. I "pesci" in questione sono i referenti dirigenziali che non rendendosi reperibili o disponibili ai confronti,
eludono le istanze dei lavoratori e dei sindacati, continuando a prenderli in giro.
Stiamo parlando dei rappresentanti del Gruppo Omega S.p.A., società che ha acquisito Phonemedia la scorsa estate e che il 27 Ottobre c.a.
hanno diserato l'incontro a Roma con il Ministero delle attività produttive.
Non molti giorni fa, dopo un episodio analogo, nel call center di Novara, l'esasperazione ha toccato nuovamente il suo culmine.
un lavoratore (questa volta un ragazzo) ha estratto un coltello e minacciato un responsabile sindacale aziendale
chiedendo i soldi dello stipendio. Lo stipendio, per essere precisi, è quello di agosto: tanti dipendenti infatti non hanno
ancora ricevuto il saldo della mensilità. E sarebbe invece ora di ricevere lo stipendio di Ottobre.
verso le 13.30 mentre nella sede novarese di Phonemedia era in corso un'assemblea
dei lavoratori per decidere le azioni di protesta da attuare, un dipendente è entrato nella sala e ha iniziato ad urlare ed a
rompere quello che trovava a portata di mano. Un rappresentante sindacale presente lo ha allora accompagnato
fuori dalla stanza e si è fermato in corridoio per tranquillizzarlo; è a quel punto il lavoratore ha tirato fuori il coltello
(pare, da caccia) e lo ha avvicianto a pochi centimenti dall'addome del rappresentante sindacale Cisl. "Voglio i miei soldi: dove sono?", avrebbe chiesto insistentemente,
con fare minaccioso. Attimi di tensione in corridoio. Sul posto, poi, sono arrivati i carabinieri che sono riusciti a rendere innocuo e a prendere in consegna l'uomo (e il coltello).
I sindacati denunciano un clima ormai intollerabile, frutto certamente dell'"operato" di un'azienda che non c'è. Non esiste un direttore, nè sindacati nè lavoratori
hanno punti di riferimento o "responsabili" ai quali fare domande e richieste,
non sanno a chi rivolgersi.
E' evidente che questi eccessi parlano chiaro. Phonemedia, recentemente acquistato da una società inglese, come già detto l'Omega, conta 700 dipendenti solo a Novara.
Presentea anche nel territorio calabrese non si differenzia certo per condizioni o situazioni.
Già dall'estate scorsa i dipendenti sono rimasti senza stipendio e la situazione è via via andata peggiorando.
la SLC-CGIL dopo aver chiesto più volte incontri con l'Azienda per chiarire
la situazione sulle voci di un riassetto societario, già a fine luglio, era riuscita ad ottenere un incontro unitario a livello nazionale.
Già da sei mesi questa azienda, Phonemedia, versava in una situazione di stallo, con mancanza di liquidità, che aveva inevitabilmente portato a ritardati
pagamenti per tutto il corso del 2009. Eppure, non si può non sottolineare come questa "mancanza di liquidità" sia del tutto insolita, dal momento che
questa azienda aveva usufruito di finanziamenti POR Calabria per oltre 11 milioni di euro.
Fondi Regionali, frutto delle tasse dei cittadini e dei lavoratori stessi che dovevano favorire e garantire la buona
occupazione in una regione disagiata nel mercato del lavoro come la Calabria. Fondi POR che hanno portato all'assunzione
di migliaia di giovani, con un contratto al I livello, frutto di un accordo sindacale che la SLC-CGIL ha contestato
aprendo una vertenza a livello nazionale che si è conclusa con l'accordo unitario del 27 Maggio 2009, in cui
si sanava la situazione inquadramentale. Infatti da Giugno 2009 l'azienda ha riconosciuto fin da subito il 2 livello,
avviando il percorso per il 3 livello entro 12 mesi. Un accordo decisamente migliorativo, che avrebbe portato ad un aumento
salariale per i lavoratori di Phonemedia... se solo il salario lo avessero regolarmente ricevuto, però.
Phonemedia, nella sola città di Catanzaro, conta una forza lavoro di 2000 persone, in prevalenza ragazzi e rappresenta una realtà importante nel desolato e triste
panorama occupazionale della città che fa dei call center una meta lavorativa appetita da molti, giovani ed anche meno giovani.
Questo inevitabilmente, rende facilmente ricattabili coloro i quali devono anche ritenersi fortunati per essere riusciti ad entrare, in un modo o nell'altro,
in un contesto lavorativo che nonostante la presenza del sindacalismo è tuttavia terreno arduo ed incerto sul quale percorrere qualche passo verso il
proprio futuro.
Sempre a Phonemedia di Catanzaro, stando alle voci di alcuni lavoratori, ci sono stati veri e propri atti intimidatori nei confronti di quest'ultimi,
“loggarsi”, cioè a timbrare l’entrata, perché minacciati di ricevere una lettera di richiamo che, se seguita da altrettanti provvedimenti
disciplinari, avrebbe potuto causare il licenziamento del lavoratore.
I dipendenti di Phonemedia sono scesi più volte per le strade, senza purtroppo per loro, ad oggi riportare significativi risultati.
Le cause dello sciopero, a dire dei lavoratori, sono tante a cominciare dal ritardo nel pagamento degli stipendi, alle condizioni igienico-sanitarie
pessime, con i bagni quasi impossibili da usare e le postazioni che ormai vengono pulite dagli stessi dipendenti. Nonostante tutto le assunzioni sembra
che continuino e mentre gli attuali dipendendenti, anche quelli a tempo indeterminato rischiano il posto, nuove "leve", nuova forza lavoro, viene assunta
con contratti atipici allo scadere del quale, presumibilmente, visto l'andazzo, il licenziamento scatterà puntuale.
Gli articoli della nostra Costituzione che riguardano il lavoro nonché i diritti dei lavoratori ( anche in questo caso lesi )li abbiamo menzionati più
volte in queste pagine. Certo, sono importanti, ma sono e restaranno pur sempre leggi, che come possiamo ben vedere sono puntualmente calpestate, e poco
hanno poi a che fare con la realtà pragmatica delle cose.
I lavoratori, non sono numeri. Gli operaratori di Phonemidia sono molto di più di una matricola o di un badge ed hanno il diritto di avere uno
stipendio erogato senza ritardi poiché ognuno avendola sicurezza di un lavoro a tempo indeterminato, ha creduto di poter fare qualche acquisto per il futuro suo e della
sua famiglia, ma ora si trova in grosse difficoltà in quanto le scadenze non perdonano e vanno pagate.
La realtà dei call center, vista in una prospettiva più ampia, è anche molto complessa.
In quella di Phonemedia, in particolare, si lamenta l'oltremodo smisurata flessibilità su una turnistica improponibile, più volte cambiata senza preavviso;
poco rispetto per il lavoratore in qualità di semplice persona. Non sono rare le voci che vogliono supervisori che
arrivano al lavoro con la “luna storta” o con la solita antipatia personale portando poco rispetto, insultando in modo sottile e subdolo chi invece
arriva al lavoro già con i suoi problemi personali ai quali si aggiunge la ciliegina sulla torta:
si paventa, ormai da mesi, l’idea della chiusura del call center !
Phonemedia è diventata una polveriera e la situazione relativa al pagamento degli stipendi arretrati è esplosiva.
Riguardo al futuro le notizie circolanti non sono delle migliori. dai vertici aziendali sono tutt'altro che rassicuranti.
Un'Azienda, che ha percepito oltre 11 milioni di euro dalla Regione Calabria per favorire la buona occupazione, decide magicamente di chiudere ed
è' fin troppo evidente dov'è il trucco e dove l'inganno per i lavoratori.
Intanto, placidamente il gruppo Omega, con una nota di oggi, getta fumo negli occhi agli operatori di Phonemedia dichiarando da un lato di voler garantire
la continuità aziendale e di voler evitare il collasso delle aziende e di riflesso la perdita del posto di lavoro degli 8.000 dipendenti del Gruppo,
ma nel contempo pone una condzione, passando la patata bollente alle Pubbliche Amministrazioni che a quanto pare devono alle società del Gruppo circa 36 milioni per
prestazioni passate ( ma non si specificano quali ).
La pista dello scarica barile, è quella che le parti in causa hanno deciso di percorrere, dunque.
Ma i lavoratori ?
Come sempre: tra l'incudine e il martello... e per le piazze.

Calabresi, popolo circondato dal mare. Un mare dal quale già fuggirono a partire dal IX° secolo d.C. in seguito alle incursioni dei popoli conquistatori.
Popolo che ha vissuto per un millennio sulle montagne guardando al mare come una minaccia, un pericolo, ossia il luogo dal quale arrivava il nemico.
Solo nel secolo scorso ha avuto inizio il processo inverso e la gente delle montagne, lentamente si è riversata sulle coste, talvolta anche in modo selvaggio.
Le nuove generazioni, nate sul mare, hanno però imparato ad amarlo ed a difenderlo, facendone parte integrante della loro identià.
Molti di noi, ieri eravamo ad Amantea, nonostante la pioggia, con parole cariche di rabbia e disprezzo verso i signori dei palazzi e della 'ndrangheta che hanno prodotto il più grande
disastro ambientale che questa terra abbia mai conosciuto in combutta con gli industriali di mal'affare il cui unico valore che riconoscono è quello del profitto in tutta la sua ferocia.
Capitalismo, Mafia e Politica. Un mix di scorie che ha avvelenato la nostra terra oltre che la nostra società.

In pochi giorni la Calabria ha dato segno di esserci, perchè nulla aveva provocato fino ad ora tanta mobilitazionee ribellione al sistema corrotto dell'indotto
capitalistico.
Se la 'ndrangheta con tutti i relativi interessi è stata il braccio di quest'opera ed gli'ndranghetisti sono stati la manovalanza per il lavoro sporco,
i mandanti risiedono e siedono nei rispettivi palazzi e sulle loro sedie di "intoccabili" a dimostrazione che di lodi, quest' Italia è piena, ma non di tutti se ne parla..
Stanno nelle sedi delle multinazionali, sono manager, uomini di affari, industriali coperti dai relativi poteri forti che li proteggono, pezzi da 90 dello Stato,
nonchè della politica locale che solo ieri si è ricordata della propria vena ambientalista, presenziando nel corteo e fare bella mostra
in prospettiva delle prossime elezioni Regionali, cercando addirittura di dire la propria sul palco ( il presidente della Provincia di Cosenza, Mario Oliverio
è stato sommerso dai fischi e dalle contestazioni tanto da essere costretto a lasciare la scena ) e dal loro personale pulpito dal quale appunto, volevano
ricordare ai 35.000 mila ( 20.000 secondo le forze dell'ordine ) quanto, appunto, fossero ambientalisti.( Il vero ambientalismo è anticapitalismo,
gridavano per le strade i ragazzi del Pcl e noi da qui, concordiamo fermamente ).
In altri tempi, è vero, non gli sarebbe stato nemmeno permesso di partecipare al corteo.
Eppure gli organizzatori, erano stati chiari: La politica doveva rimanere in ascolto. E così è stato, almeno apparentemente, dal momento che poi, nei vari tg regionali
ed anche nazionali, i vari neo-ambientalisti dell'ultima ora hanno avuto il loro spazio e sono riusciti a ritagliarsi il loro angolino, presenziando se non dal
palco di Amantea, mediaticamente in tv, che era quello che più gli premeva.
Tra l'altro con un atteggiamento simile, che dondola tra il protagonismo e l'irresponsabilità hanno cercato di creare situazioni di tensione per gettare discredito sulla manifestazione ed i suoi partecipanti.
L'eccezione è stata fatta per Silvio Greco, Assessore all'Ambiente della Regione Calabria che ha ancora ribadito come il Governo non possa continuare a fare finta di
nulla poltrendo nella sua politica del non interventismo.
Alla manifestazione hanno preso parte gruppi ambientalisti e partiti politici, ma anche tanta gente comune che si è riversata per le strade di Amantea per il solo senso
di appartenenza alla loro terra.
E' il popolo Calabrese che non vuole farsi ricacciare sulle montagne.
Non ci sono più Saraceni o Ottomanni ad insidiare questo popolo ma una sola Mano Nera, quella della borghesia mafiosa-capitalista che ancora una volta farà
di tutto per insabbiare indagini, occultare prove, impedire che i fusti vengano ripescati e che altre navi vengano individuate.
E'una lotta dura quella che aspetta la nostra gente, che ci aspetta... perchè riguarda tutti e quella di ieri deve essere solo una prima tappa che un movimento
unitario deve percorrere insieme.
La Calabria è stata per troppo tempo usata come pattumiera. Non è da dimenticare il caso delle scorie prodotte dalla Pertusola Sud e con le quali sono state costruite
scuole ed asfaltate strade. Oppure ilcaso della Marlene, fabbrica di tumori.
Occorre una forte presa di coscienza da parte di tutta la popolazione e l'organizzazione in un movimento di lotta che sia unitario per giungere tutti allo stesso
obiettivo: riprenderci letteralmente la nostra terra.
Strapparla alle mani del malaffare ed alle logiche della speculazione e del profitto intorno al quale gravitano imprenditoria, affaristi, politica a svariati livelli
di intereccessione, che altro poi non sono che i veri responsabili di questa situazione.
La Calabria deve tornare in possesso dei suoi legittimi proprietari: i Calabresi. Noi.
Occorre per questo una cittadinanza attiva, che se necessario possa presidiare e proteggere i territori a rischio. Organizzazioni che si prendano carico
del territorio per sottrarre terreno a chi invece di quest'ultimo ne vuole fare terreno fertile per i propri sporchi ed impuniti affari.
L'unica vera grande opera che serve a questa terra non è un improbabile ponte sullo stretto, ma uno stretto legame che sia da ponte tra tutti i cittadini e
rispettive esigenze con il territorio di loro appartenenza.
Lo sviluppo della nostra terra già abbastanza martoriata non passa certo per il ponte. "La nostra terra è ormai in rovina, Governo Berlusconi, Governo di
rapina ! " era un altro degli slogan che partivano dallo spezzone del Pcl.
Perchè sì, è anche di rapina che si tratta. Un territorio defraudato e depauperato, che ancor di più si vuole impoverire a vantaggio nuovamente e come sempre della solita
congrega di amici e di amici degli amici.
A tutto questo è arrivato il momento di dire basta.
Cittadini di tutta la Calabria, Uniamoci !

Chi sono
PROMEMORIA
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.CONTESSA
"Che roba Contessa all'industria di Aldo han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti, volevano avere i salari aumentati gridavano, pensi, di essere sfruttati; e quando è arrivata la polizia quei quattro straccioni han gridato più forte, di sangue han sporcato il cortile e le porte, chissà quanto tempo ci vorrà per pulire". Compagni dai campi e dalle officine prendete la falce portate il martello, scendete giù in piazza picchiate con quello, scendete giù in piazza affossate il sistema. Voi gente per bene che pace cercate, la pace per far quello che voi volete, ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra vogliamo vedervi finir sotto terra; ma se questo è il prezzo l'abbiamo pagato, nessuno più al mondo deve essere sfruttato. "Sapesse Contessa che cosa m'ha detto, un caro parente dell'occupazione che quella gentaglia rinchiusa là dentro, di libero amore facea professione. Del resto mia cara di che si stupisce, anche l'operaio vuole il figlio dottore e pensi che ambiente che può venir fuori non c'è più morale, Contessa." Se il vento fischiava ora fischia più forte, le idee di rivolta non sono mai morte; se c'è chi lo afferma non state a sentire,. è uno che vuole soltanto tradire Se c'è chi lo afferma sputategli addosso, la bandiera rossa gettato ha in un fosso. Voi gente per bene che pace cercate, la pace per far quello che voi volete ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra, vogliamo vedervi finir sotto terra; ma se questo è il prezzo l'abbiamo pagato nessuno più al mondo deve essere sfruttato. Ma se questo è il prezzo l'abbiamo pagato nessuno più al mondo deve essere sfruttato.I Miei Passi
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